Mondellolido News

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Igor, l’esploratore

Lo definiscono film-maker. Lui dice di essere un “curioso”. Noi abbiamo deciso di attribuirgli la qualità di “documentarista”. Perché è più difficile raccontare la realtà che inventare storie

Oreto The Urban Adventure

Igor D’India, giovane palermitano che ogni tanto fa capolino nelle pagine di cronaca, ha un pregio molto grande: è curioso. E in questi nostri tempi fatti di realtà virtuali, talk show e leggende metropolitane (leggi = pettegolezzi), avere 28 anni ed essere curiosi del mondo e di se stessi è davvero una dote rarissima. Lo è ancor di più quando si vuole conoscere la realtà per quello che è, senza subliminarla in racconti poetici, senza romanzarla con la solita rima cuore-amore, senza bloggarla infarcendola di gossip.

Insomma, D’India ha coraggio. Coraggio di misurarsi con le proprie forze, con le proprie capacità. Coraggio di fare quel che gli interessa, senza enfasi ma con serietà. E che sia davvero un documentarista lo mostra, senza dubbio alcuno, il suo ultimo lavoro, il suo documentario sul fiume Oreto, una “urban adventure” come lui stesso l’ha definita. Di che si tratta lo abbiamo chiesto proprio a lui, al termine del lavoro di preparazione e di messa on-line del video.

“Avendo abitato per molti anni al di là del fiume, tutte le mattine – passando sul ponte per andare a scuola – mi chiedevo da dove mai scivolasse giù quel rigagnolo di putridume. Con il passare degli anni, mi sono informato, mi sono documentato. Ho studiato, ed ho scoperto che molta parte della esistenza della mia città è dovuta proprio a quel ‘rigagnolo di putridume’, che ha letteralmente creato con le sue acque la Conca d’Oro. Affascinato dalla evidenza che se io sono nato, se la città è nata è anche grazie all’esistenza di quel corso d’acqua, mi sono incuriosito e ho deciso di andare a conoscerlo”.

Quindi, più che curiosità documentaristica, dobbiamo partire da una curiosità, per così dire, sociale?

“Sì. Che cosa sia oggi l’Oreto è abbastanza chiaro a tutti – anche se il documentario che ho girato mostra ben più di una sorpresa; quello che più mi interessava era scoprire il mio rapporto con l’elemento fiume, con uno degli elementi di questa città che sembra, pur avendo partecipato alla sua creazione, non appartenerle neanche. Eppure è lì, proprio nel mezzo, e viene usato e abusato quasi non esistesse”.

Nel video ci vengono mostrati dettagli che lasciano senza parole, tanto che nel sonoro si sente una delle sintesi più efficaci che si possono fare del rapporto tra Palermo e il suo fiume: “Qui la società ha riposto ciò che non serve più”.

“Ho trovato di tutto: dagli animali selvatici negli angoli più ‘puliti’ (anche se questa non è la parola più giusta da usare), alle carcasse di automobili, ai bidoni arrugginiti… l’Oreto è davvero una fogna a cielo aperto, e mi domando se sia mai possibile recuperarlo, se sia ancora possibile compiere il miracolo oppure abbiamo già superato il punto di non ritorno…”.

Quello che mi chiedo è perché questa urban adventure… forse non era un panorama abbastanza immaginabile?

“Per me l’avventura ha ben più di mille sfaccettature. Deve essere intesa come mezzo di conoscenza e, voglio ricordarlo, la scimmia è scesa dall’albero spinta proprio dalla curiosità. Io sono un curioso della realtà, ma della realtà vista e vissuta in modo più diretto possibile, riducendo all’osso ogni struttura terza che si possa frapporre tra me e l’oggetto della mia curiosità. Quindi provo a ridurre al massimo l’uso di supporti tecnologici, cercando di avvicinarmi allo stile dei grandi avventurieri. Insomma, sì alla ricerca dell’informazione diretta ma con la piena consapevolezza dei propri limiti umani”.

Certo fa un po’ strano sentire parlare di ricchezza culturale mentre di solito per ricchezza i trentenni intendono barca-auto-tv al plasma eccetera.

“A me non importa di tutte queste cose. Mi basta avere un tetto e due pasti al giorno. E mi organizzo la vita così da poter soddisfare queste esigenze. Per il resto voglio poter continuare a coltivare i miei sogni, cosa che non vedo fare a nessuno della mia generazione. Come se avessero tutti smesso di sognare. Nessuno si chiede più ‘cosa voglio fare?’, nessuno ha più voglia di mettere su un progetto qualsiasi. Forse perché non si trovano più risposte. E così tutta l’adrenalina che hai in corpo, invece di usarla per portare avanti un progetto, la sfoghi nelle corse in auto del sabato sera, o in una discoteca ballando fino all’alba, oppure litigando con il primo che incontri… Questo però è vivere male. Ed è una vita che io non voglio”.



ph. Igor D’India

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