Mondellolido News

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Pagine di Palermo

Palazzo dei Normanni, Piazza Pretoria e la Cattedrale di Palermo

Li abbiamo messi insieme, su queste pagine, perché sono tutti e tre palermitani e tutti e tre hanno da poco pubblicato un libro. Le somiglianze, però, finiscono qui

In una città come Palermo puoi imbatterti in un temporale senza fine, oppure ritrovarti con il naso all’insù ad annusare l’aria calda, asciutta, carica di sole e vento che sa di afa estiva. Si possono percorrere strade, vicoli e vie traverse, rinserrate da edifici maestosi, belli e, spesso, decadenti che fanno ombra nel muto passaggio tra buio e luce, ma, soprattutto, si può incontrare un “esploratore urbano” con cui intraprendere un viaggio di esperienza al limite tra il reale e l’onirico. È questa la Palermo nascosta (Dario Flaccovio Editore) raccontata da Fabio Ceraulo. Piccole e grandi storie, leggende metropolitane, chiacchiere e “si dice”, presunti misteri e tante curiosità. C’è questo, e altro ancora, nella raccolta di narrazioni orali che l’autore ha messo insieme, passeggiando per Palermo e imbattendosi in parenti, amici, conoscenti ed estranei che avevano voglia di raccontare ricordi. Ne viene fuori una città in cui si tramandano bizzarre vicende di spiritismo, si custodiscono amare memorie dell’epoca garibaldina e delle due guerre mondiali e si delineano ritratti di personaggi – alcuni illustri e molti sconosciuti – che hanno lasciato traccia di sé, nel bene o nel male, fra i loro contemporanei.

Aneddoti, racconti, un romanzo, libri diversi con un elemento comune: Palermo

Fabio Ceraulo“Senza alcuna pretesa di storicità – dichiara Fabio Ceraulo – riporto con taglio semplice e immediato le dicerie, i piccoli accadimenti e le esperienze agre o divertenti che da secoli, o da appena una generazione, passano di bocca in bocca per le strade e le piazze di una Palermo nascosta che merita di essere svelata”. A scrivere un libro, Ceraulo, non ci pensava proprio: “Avevo un blog dal titolo Palermo Nascosta in cui, all’inizio, mi piaceva parlare di monumenti poco noti o purtroppo, per vari motivi, chiusi e degradati, nascosti al visitatore e al turista, ma soprattutto al palermitano stesso. Poi è nato un gruppo su Facebook che mi ha permesso di coinvolgere più persone. Questi piccoli racconti avevano grande successo di visitatori. È stata l’editor della casa editrice Dario Flaccovio, Raffaella Catalano, a propormi di mettere insieme queste storie in un volume. Scrivere, in fondo, mi era sempre piaciuto e il successo del blog, i tanti commenti e le reazioni positive dei lettori mi hanno incoraggiato”. Fabio non ama definirsi scrittore. Piuttosto, come dicevamo, un esploratore urbano: “Un viaggiatore nella memoria della gente, partendo dalla propria famiglia per riscoprire le radici e tirare fuori tutti i ricordi e l’esperienza della gente, dei tanti sconosciuti incontrati per caso in un negozio, in un mercato popolare, in un vicolo. Scavare nella memoria delle persone più anziane è stato come avere la famosa macchina del tempo. Un’esplorazione che mi serve quotidianamente per conoscere ancora meglio questa città che è spesso nascosta ai palermitani stessi. Ho tante altre storie nel mio archivio perché la memoria della nostra città è un pozzo infinito da cui attingere a piene mani”.

Marco PomarE sempre di memoria e di luoghi si parla ne La memoteca di Marco Pomar (Novantacento Editore). Un archivio ideale, fatto di ventotto racconti, densi di ricordi e paradossi, catalogati in modo apparentemente disordinato. Ogni racconto che compone l’immaginifico universo del libro è da considerarsi quasi come una password, un codice, che potrebbe farci riaccedere nella realtà, nel tentativo di recuperare quei file che magari ci restituiscano il senso perduto e ci conducano alle sue stesse radici. Oppure potremmo guardare alle storie di Pomar come a un esperimento ludico, nato nel laboratorio di uno scienziato al limite della follia. Ciascun elemento contenuto ed evocato nelle sue narrazioni, che siano luoghi, pensieri, folletti, badanti, ecclesiastici, uomini comuni sono solo dei giochi inventati in modo da incastrarsi l’uno con l’altro come le illusioni ottiche dell’artista olandese Escher, in cui ogni cosa si confonde moltiplicandosi in doppi, o in figure che ne generano sempre di nuove in un infinito, ordinato caos di forme. Marco Pomar è nato a Palermo una quarantina d’anni fa. Amante della scrittura, gestisce un blog di racconti, una squadra di nuoto e una di pallanuoto, non sempre in quest’ordine. Teorico della superiorità del racconto sul romanzo, almeno
fino a quando non ne scriverà uno, ha pubblicato, insieme ad altri sette autori, il libro corale Un’estate a Palermo, edito da Ernesto Di Lorenzo. Ha vinto anche qualche concorso letterario, ma è troppo riservato per ammetterlo. Dopo avere sperimentato quasi tutti i lavori, escluso il posteggiatore abusivo e il comandante di navi, adesso collabora con la cooperativa antiracket Solidaria e con la sua polisportiva, la Waterpolo Palermo. Ma cosa faccia davvero di lavoro non si è mai capito.

“Ho cominciato a scrivere relativamente tardi, una decina di anni fa, attraverso un corso di scrittura creativa tenuto da Beatrice Monroy. Da allora mi sono accorto che avevo un bel po’ di storie da raccontare. I miei racconti nascono da dove nasce tutta la letteratura: dalla vita. Spunti e idee arrivano da ogni dove, basta saperli cogliere, prenderne le parti paradossali o ironiche o commoventi, ed esagerarle. A volte non ce n’è neppure bisogno”. La memoteca è il titolo, oltre che del libro, del primo racconto, e idealmente li racchiude tutti. “La memoteca – afferma Pomar – è un luogo dove risiedono tutti i ricordi, personali e collettivi, e sono consultabili. Con qualche difficoltà e, a volte, qualche sorpresa”. Questo è il suo primo libro, e Marco minaccia che non sia neppure l’ultimo. “Racconti ne ho tantissimi, vecchi e nuovi. Per la pubblicazione non so, speriamo che il successo della memoteca possa preludere a qualcos’altro in un prossimo futuro.”

Vincenzo SaccoUn viaggio interiore, in cui il tempo si dilata e si contrae insieme al ricordo, nel tentativo di sanare il rapporto conflittuale con un padre-padrone. Un desiderio di morte vissuto come una sfida contro la sorte e giocato come una roulette russa in cui ogni colpo di pistola inesploso si trasforma in un flash – back. Un esordio audace e dal finale sorprendente è Pornozeus, del giovane autore palermitano Vincenzo Sacco (Novantacento Edizioni).
Pornozeus è un impulso di comprensione, dichiara Sacco. Nasce come piccolo lavoro cinematografico totalmente improvvisato che, non solo aveva vinto un primo premio, ma continuava anche a fare proseliti. Questo non mi andava proprio a genio: Pornozeus era il gemello sbagliato di un altro film di dieci minuti in cui avevo messo tutto me stesso e che avevo realizzato durante svariati mesi, nello stesso periodo, ma che era passato del tutto inosservato. Così ho preso il nocciolo duro della sceneggiatura e mi sono messo a farlo a pezzi. A conti fatti credo che la pagina scritta sia la forma più congeniale alla storia. Il punto è che continuo proprio a non capirla questa storia: Pornozeus è un impulso di comprensione che si risolve in una confusione”.
Il libro vuol parlare, come indica il titolo stesso, di un contrasto di termini, che non sfocia nello sterile scontro di principi ma in un’unità coesa che si compone di contraddizione. “Poi, – conclude Sacco – che l’anima di un siciliano sia proprio un’unità di contraddizioni irrisolvibili, l’ho trovata una gran bella coincidenza”.
Un altro aspetto che ha molto colpito i lettori riguarda le donne: “Storicamente in Sicilia la donna è stata sottomessa all’uomo e, proprio per questo, in quanto isolata, ha vissuto più dell’uomo la condizione di isolana. Moglie, sorella, figlia, è sempre stata denotata come “altra” rispetto all’uomo – spiega l’autore. Relegata nell’ombra, il suo potere agisce sotterraneo: a lei spetta il comando della casa, è lei a cementare il nucleo familiare. Lei è l’unità delle contraddizioni, la vera immagine della Sicilia”.
Ciò che cattura subito l’attenzione è il titolo: Pornozeus.
“Credo sia abbastanza ironico e provocatorio. Il libro è una sfida. Pornozeus ti chiede di fermarti, leggere e pensare. Il titolo pare essere una bestemmia, ma limitarsi a concepirla come tale significherebbe escludere la doppia metafora che esso rappresenta, l’accostamento del vecchio e del nuovo, del sacro e del profano. Inoltre è il titolo dello spettacolo che il protagonista sta mettendo in scena in teatro, il cui motore è il Maestro, cultore delle origini classiche della Sicilia e padre putativo dell’attore, un ritratto di Zeus, il sacrilego padre dei sacri dei, in versione profana e idolatrata dal figlio d’arte”.
Anche per Vincenzo Sacco, Pornozeus, il suo primo libro, è un punto di partenza: “Ho un progetto al quale sto lavorando da un anno, ma non ho ancora iniziato neppure la prima pagina. È un’idea maturata durante alcuni viaggi di lavoro: mi piacerebbe raccontare i fatti incredibili del jet set cui ho assistito nei dietro le quinte dei Festival di Cinema. Mentre il mondo e la critica si dividono sui film in concorso, perdono la vera anima di queste rassegne: il lato profano che ne è il centro autentico, quegli eventi mondani solo raramente accennati, cene fuori dal normale con personaggi sopra le righe, dove si vede di tutto. La storia sarà raccontata dal punto di vista di un freelance e ambientata in una città meravigliosa che ha conquistato il mio cuore, Venezia”.

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